Che cos’è il tasso di disoccupazione: la risposta breve
Il tasso di disoccupazione indica quale percentuale delle persone attive nel mercato del lavoro è senza occupazione, cerca attivamente un impiego ed è disponibile a iniziare. Non misura quindi la quota di disoccupati sull’intera popolazione.
La formula è: numero di disoccupati diviso forze di lavoro, moltiplicato per 100. Le forze di lavoro sono la somma degli occupati e dei disoccupati.
In simboli: tasso di disoccupazione = D ÷ (O + D) × 100, dove D sono i disoccupati e O gli occupati. La definizione usata dall’ISTAT è armonizzata con Eurostat e con gli standard dell’Organizzazione internazionale del lavoro.
Chi viene considerato disoccupato
Nelle statistiche europee è disoccupata una persona tra 15 e 74 anni che nella settimana di riferimento non è occupata, ha compiuto almeno un’azione concreta di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti ed è disponibile a lavorare entro le due settimane successive.
Rientra anche chi ha già trovato un lavoro che inizierà entro tre mesi, se sarebbe disponibile ad anticiparne l’inizio entro due settimane. In Italia le pubblicazioni ISTAT applicano questi criteri attraverso la Rilevazione sulle forze di lavoro.
Cercare attivamente significa, per esempio, candidarsi presso un datore, contattare un centro per l’impiego o un’agenzia, sostenere un colloquio o un test, rispondere a un annuncio oppure compiere passi concreti per avviare un’attività autonoma. Limitarsi a leggere annunci senza fare altro non basta.
Come si calcola: formula ed esempio
Immaginiamo una popolazione nella quale ci siano 950 occupati e 50 disoccupati secondo la definizione statistica. Le forze di lavoro sono 1.000: 950 + 50.
Il calcolo è 50 ÷ 1.000 × 100. Il tasso di disoccupazione è quindi pari al 5%. Non bisogna dividere i 50 disoccupati per tutti gli abitanti, perché bambini, pensionati, studenti che non cercano lavoro e altri inattivi non fanno parte delle forze di lavoro.
La stessa formula può essere applicata a un territorio, a una fascia d’età o a un gruppo, purché numeratore e denominatore si riferiscano alla stessa popolazione e allo stesso periodo.
Che cosa sono le forze di lavoro
Le forze di lavoro, chiamate anche popolazione attiva, comprendono gli occupati e i disoccupati. Rappresentano le persone che stanno offrendo lavoro: perché hanno già un’occupazione oppure perché la stanno cercando e sono disponibili.
Restano fuori le persone classificate come inattive. Possono essere studenti, pensionati, persone impegnate nella cura familiare, persone che non possono iniziare a lavorare in tempi brevi oppure persone che vorrebbero un impiego ma non lo stanno cercando attivamente.
Il denominatore cambia quando una persona passa da occupata a disoccupata, da disoccupata a inattiva o viceversa. Per interpretare correttamente il dato è quindi utile guardare insieme tasso di disoccupazione, tasso di occupazione e tasso di attività.
Disoccupati e inattivi non sono la stessa cosa
Nel linguaggio quotidiano si definisce spesso disoccupato chiunque non abbia un lavoro. Nelle statistiche ufficiali, invece, chi non lavora ma non cerca attivamente o non è disponibile entro i tempi previsti viene classificato come inattivo.
Un caso importante è quello degli scoraggiati: persone che vorrebbero lavorare, ma hanno smesso di cercare perché ritengono di non trovare opportunità. Non essendo alla ricerca attiva, non rientrano nel tasso di disoccupazione ordinario.
Per questo il tasso può diminuire anche senza un aumento dell’occupazione: se alcuni disoccupati smettono di cercare, escono sia dal numeratore sia dalle forze di lavoro. Una lettura completa deve controllare se stanno crescendo gli occupati oppure gli inattivi.
Tasso di disoccupazione, occupazione e attività
Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra disoccupati e forze di lavoro. Il tasso di occupazione è invece il rapporto tra occupati e popolazione della fascia d’età considerata. Il tasso di attività misura le forze di lavoro rispetto alla popolazione della stessa fascia.
Riprendendo l’esempio con 950 occupati, 50 disoccupati e 200 inattivi, il tasso di disoccupazione è 5% perché il denominatore è 1.000. Il tasso di attività è invece 1.000 ÷ 1.200 × 100, cioè circa 83,3%; il tasso di occupazione è 950 ÷ 1.200 × 100, circa 79,2%.
I tre indicatori rispondono a domande diverse: quanti attivi cercano lavoro senza trovarlo, quanta popolazione lavora e quanta partecipa al mercato del lavoro. Nessuno dei tre, isolatamente, descrive tutto il mercato.
Perché chi lavora anche poche ore può risultare occupato
Nella Rilevazione sulle forze di lavoro è occupato chi, nella settimana di riferimento, ha svolto almeno un’ora di lavoro per retribuzione o profitto, oltre alle persone temporaneamente assenti da un lavoro secondo i criteri previsti.
La soglia di un’ora serve a classificare ogni persona in una sola condizione comparabile a livello internazionale. Non significa che un’ora di lavoro sia considerata sufficiente per vivere o che non esista sottoccupazione.
Chi lavora part-time ma vorrebbe e potrebbe lavorare più ore può rientrare tra i sottoccupati. Eurostat pubblica indicatori aggiuntivi sul lavoro disponibile ma non pienamente utilizzato, perché il solo tasso di disoccupazione non coglie tutte le difficoltà.
Come vengono raccolti i dati in Italia
Le stime ufficiali italiane derivano dalla Rilevazione sulle forze di lavoro dell’ISTAT, un’indagine campionaria continua condotta intervistando le famiglie. Le informazioni si riferiscono alle diverse settimane dell’anno e vengono diffuse con cadenza mensile, trimestrale e annuale.
Non si conta semplicemente quante persone sono iscritte ai centri per l’impiego o ricevono un’indennità. Le regole amministrative cambiano tra Paesi e nel tempo, mentre la definizione armonizzata consente confronti più coerenti.
Essendo stime campionarie, i valori sono soggetti a incertezza statistica e possono essere revisionati. I dati mensili vengono normalmente destagionalizzati per ridurre gli effetti ricorrenti legati, per esempio, a turismo, agricoltura, calendario e periodi dell’anno.
Disoccupazione statistica e NASpI
Essere disoccupati secondo l’ISTAT non significa automaticamente avere diritto alla NASpI. La NASpI è una prestazione dell’INPS legata alla perdita involontaria di un lavoro subordinato, ai contributi versati e agli altri requisiti previsti dalla legge.
Viceversa, la misurazione statistica dipende dal comportamento nella settimana di riferimento: assenza di occupazione, ricerca attiva e disponibilità. Registrazione amministrativa, dichiarazione di immediata disponibilità e prestazione economica sono concetti collegati ma non coincidenti.
Il tasso di disoccupazione serve a descrivere il mercato del lavoro; la NASpI tutela determinati lavoratori dopo una cessazione. Per requisiti, durata e importo dell’indennità occorre consultare la guida specifica e le informazioni aggiornate dell’INPS.
Come si calcola la disoccupazione giovanile
Il tasso di disoccupazione giovanile usa la stessa formula, ma si riferisce normalmente alla fascia 15-24 anni: giovani disoccupati diviso giovani appartenenti alle forze di lavoro, moltiplicato per 100.
Il denominatore non comprende tutti i giovani. Molti studenti che non lavorano e non cercano un impiego sono inattivi e restano fuori dal calcolo. Un tasso giovanile elevato non significa quindi che la stessa percentuale di tutti i ragazzi sia disoccupata.
Il tasso di disoccupazione giovanile non va confuso neppure con la quota di NEET, che considera i giovani non occupati e non inseriti in percorsi di istruzione o formazione rispetto alla popolazione della fascia d’età scelta.
Disoccupazione di lunga durata e principali forme
Eurostat considera disoccupazione di lunga durata quella che prosegue per almeno dodici mesi. Il relativo tasso rapporta le persone disoccupate da un anno o più all’insieme delle forze di lavoro.
In economia si distinguono spesso disoccupazione frizionale, legata al tempo necessario per passare da un lavoro a un altro; strutturale, dovuta al mancato incontro tra competenze, territori e posti disponibili; ciclica, collegata alle fasi negative dell’economia; e stagionale, legata ad attività concentrate in alcuni periodi.
Queste categorie aiutano a capire le cause, ma una singola persona può trovarsi senza lavoro per più motivi contemporaneamente. Le politiche efficaci cambiano a seconda che manchi domanda, formazione, mobilità, informazioni o corrispondenza tra competenze e posti.
Come interpretare un aumento o una diminuzione
Un aumento del tasso può indicare perdita di posti di lavoro, ma può anche verificarsi quando persone prima inattive iniziano a cercare un impiego e entrano nelle forze di lavoro. In quest’ultimo caso cresce la partecipazione, anche se non tutti trovano subito lavoro.
Una diminuzione può dipendere da nuove assunzioni, ma anche dall’uscita di persone scoraggiate dal mercato. Per capire quale fenomeno prevale bisogna osservare contemporaneamente numero di occupati, disoccupati e inattivi, oltre ai tassi di occupazione e attività.
Nel confronto tra mesi è preferibile usare dati destagionalizzati; per confronti territoriali o internazionali servono fasce d’età, definizioni e periodi coerenti. Differenze di pochi decimi possono inoltre rientrare nell’incertezza delle stime.
Domande frequenti
Qual è la formula del tasso di disoccupazione? Disoccupati diviso occupati più disoccupati, moltiplicato per 100.
Chi non cerca lavoro è disoccupato? Non secondo la definizione statistica: viene normalmente classificato tra gli inattivi.
Gli studenti sono sempre inattivi? No. Uno studente senza lavoro che cerca attivamente ed è disponibile può essere classificato come disoccupato.
Chi lavora un’ora alla settimana è disoccupato? Nella settimana di riferimento è normalmente classificato come occupato se quell’ora è svolta per retribuzione o profitto; eventuale sottoccupazione viene misurata separatamente.
I pensionati entrano nel calcolo? Soltanto se lavorano oppure cercano attivamente un lavoro e sono disponibili secondo i criteri; altrimenti sono inattivi.
Il tasso si calcola su tutta la popolazione? No, sulle forze di lavoro.
Un tasso più basso è sempre positivo? Non necessariamente: può scendere anche perché alcune persone smettono di cercare lavoro.
La NASpI coincide con la disoccupazione ISTAT? No. È una prestazione previdenziale con requisiti propri.
Fonti e aggiornamento
La scheda è aggiornata al 1° settembre 2026 sulla base delle definizioni della Rilevazione sulle forze di lavoro dell’ISTAT, della metodologia EU-LFS di Eurostat e degli standard ILOSTAT.
Le definizioni sono armonizzate per rendere confrontabili i dati, ma le pubblicazioni possono usare fasce d’età diverse per indicatori specifici. Prima di confrontare due percentuali bisogna controllare popolazione, periodo, eventuale destagionalizzazione e denominatore.
Per conoscere il valore più recente in Italia occorre consultare i comunicati mensili “Occupati e disoccupati” dell’ISTAT: questa pagina spiega il metodo di calcolo e non fissa un dato destinato a cambiare ogni mese.
Casi particolari
- Il tasso di disoccupazione è calcolato sulle forze di lavoro, non sull’intera popolazione.
- Le forze di lavoro sono la somma di occupati e disoccupati.
- Per essere disoccupati nelle statistiche ufficiali bisogna essere senza lavoro, cercare attivamente ed essere disponibili.
- La ricerca attiva è verificata sulle quattro settimane precedenti.
- La disponibilità riguarda normalmente le due settimane successive.
- Chi ha trovato un lavoro che inizierà entro tre mesi può rientrare tra i disoccupati alle condizioni previste.
- Chi non cerca lavoro è normalmente inattivo, anche se vorrebbe lavorare.
- Gli scoraggiati non entrano nel tasso ordinario di disoccupazione.
- Un tasso in calo non implica sempre un aumento dell’occupazione.
- Il tasso di occupazione e quello di attività hanno denominatori diversi.
- La disoccupazione giovanile è calcolata sulle forze di lavoro giovani, non su tutti i giovani.
- La quota di NEET non coincide con il tasso di disoccupazione giovanile.
- La registrazione a un centro per l’impiego non coincide automaticamente con la definizione statistica.
- Ricevere la NASpI e risultare disoccupati per l’ISTAT sono condizioni diverse.
- I dati italiani derivano da un’indagine campionaria continua sulle famiglie.
- Per i confronti mensili si usano normalmente dati destagionalizzati.
Verifica le informazioni
Fonti ufficiali e affidabili
01ISTAT
ISTAT
ISTAT
Eurostat
Eurostat
ILOSTAT
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