Che cosa significa tsunami

Uno tsunami è una successione di onde generate quando una grande massa d’acqua viene spostata rapidamente. In italiano viene chiamato anche maremoto. Il nome giapponese richiama l’onda del porto, ma il fenomeno non riguarda soltanto i porti e non è limitato al Giappone: può interessare bacini oceanici e mari come il Mediterraneo.

La parola non indica semplicemente un’onda molto alta. Un’onda prodotta dal vento può raggiungere dimensioni impressionanti senza essere uno tsunami; viceversa, uno tsunami può avere in mare aperto un’altezza modesta e risultare difficile da notare. Conta il meccanismo che lo genera e il modo in cui l’energia si propaga nell’acqua.

Le spiegazioni della NOAA chiariscono inoltre che non si tratta di una marea eccezionale: le maree dipendono dall’attrazione gravitazionale della Luna e del Sole. Tsunami, mareggiata e alta marea sono quindi termini da distinguere, anche quando tutti descrivono situazioni nelle quali l’acqua raggiunge la costa.

Come un terremoto può generare uno tsunami

La causa più frequente è un terremoto che deforma rapidamente il fondale marino. Se una vasta porzione del fondo si solleva o si abbassa, sposta anche l’acqua sovrastante. La gravità tende a ristabilire l’equilibrio: la perturbazione si propaga e può allontanarsi molto dalla zona in cui è nata.

Le grandi zone di subduzione, dove una placca terrestre scende sotto un’altra, possono produrre terremoti capaci di spostare ampie superfici del fondale. Non basta però sapere che una scossa è avvenuta sotto il mare: contano la profondità, le dimensioni della rottura e soprattutto il tipo di movimento.

Come spiega il Centro Allerta Tsunami dell’INGV, il legame fra sisma e maremoto dipende dunque dal trasferimento della perturbazione all’acqua. Per comprendere magnitudo, faglie e differenze fra le scale di misura, è utile leggere anche che cos’è un terremoto e come si misura.

Frane e vulcani: non esistono soltanto gli tsunami sismici

Anche una frana che entra in mare, o che si muove sotto la superficie, può spostare acqua e generare onde. In un ambiente vulcanico possono intervenire il collasso di una parte dell’edificio, esplosioni o altri processi che coinvolgono direttamente il mare. Non serve necessariamente un grande terremoto avvertito dalla popolazione.

Un caso italiano è il maremoto di Stromboli del 30 dicembre 2002. Durante la fase eruttiva iniziata nei giorni precedenti, una grande frana coinvolse la Sciara del Fuoco e il mare. Le onde colpirono le coste dell’isola e furono avvertite anche in altre aree delle Eolie, della Calabria e della Sicilia.

Questo episodio aiuta a capire perché studiare gli tsunami richieda competenze diverse: non soltanto sismologia, ma anche vulcanologia e analisi della stabilità dei versanti. La causa dell’onda influenza inoltre quali strumenti possono riconoscerla e quanto tempo resta alle persone vicine per allontanarsi.

Che differenza c’è fra uno tsunami e un’onda normale

Le onde del vento interessano soprattutto gli strati più superficiali; uno tsunami ha una lunghezza d’onda enormemente maggiore e il moto coinvolge la colonna d’acqua fino al fondale. La lunghezza d’onda è la distanza fra due creste successive, non l’altezza visibile dell’onda.

Tsunami e onde generate dal vento: le differenze principaliFonte: Fonte: elaborazione divulgativa su [INGV, La dinamica degli tsunami](https://cat.ingv.it/it/capire-e-difendersi/capire-gli-tsunami/la-dinamica-degli-tsunami).
AspettoOnde del ventoTsunami
OrigineAzione del ventoRapido spostamento di una massa d’acqua
Acqua coinvoltaPrevalentemente superficialeMoto esteso fino al fondale
Lunghezza d’ondaMolto inferiore a quella di uno tsunamiPuò raggiungere decine o centinaia di chilometri
Effetto a rivaFrangenti e mareggiataPossibile rapida inondazione e forti correnti

L’altezza apparente non basta a identificare il fenomeno né a escludere un pericolo.

Nella descrizione della dinamica proposta dall’INGV, gli tsunami possono avere lunghezze d’onda di decine o centinaia di chilometri. Per questo non vanno immaginati come una normale onda da surf semplicemente ingrandita. La tabella confronta i meccanismi generali, non stabilisce soglie di sicurezza per il bagno.

Quanto corre uno tsunami in mare aperto

In acque oceaniche profonde la propagazione può raggiungere velocità paragonabili a quelle di un aereo di linea. La NOAA spiega che la velocità dipende dalla profondità dell’acqua: il fenomeno avanza più rapidamente sui fondali profondi e rallenta entrando in acque basse.

Non esiste quindi una velocità unica valida per tutti gli tsunami e per ogni tratto del viaggio. Nemmeno la distanza dall’epicentro basta, da sola, a calcolare un tempo di arrivo affidabile: il percorso attraversa fondali differenti, che modificano la propagazione.

Un altro aspetto poco intuitivo è la visibilità. Un’onda molto lunga e relativamente bassa può passare sotto una nave senza presentarsi come una parete d’acqua. Il fatto che il mare sembri poco mosso al largo non descrive ciò che accadrà sulla costa. Proprio questa differenza rende indispensabili strumenti e modelli, anziché valutazioni basate soltanto sull’aspetto della superficie.

Perché vicino alla costa l’acqua può diventare distruttiva

Quando lo tsunami raggiunge fondali meno profondi, rallenta e può aumentare molto in altezza. A riva può presentarsi come un fronte turbolento oppure come un innalzamento rapido e anomalo del livello dell’acqua. Non deve necessariamente assumere la forma spettacolare di un’onda che si incurva e si rompe.

Le indicazioni di Io non rischio su cosa sapere del maremoto ricordano che l’inondazione può penetrare nell’entroterra, soprattutto sulle coste basse, e trascinare oggetti e detriti. Sono pericolose anche le correnti e il successivo ritorno dell’acqua verso il mare.

Il mare può ritirarsi improvvisamente prima dell’arrivo, ma non succede sempre. Non bisogna perciò aspettare di vedere il fondale scoperto per prendere sul serio un’allerta. Se l’acqua si ritira in modo insolito, avvicinarsi per fotografare, raccogliere pesci o osservare il fenomeno significa esporsi proprio nella zona da abbandonare.

Come si misurano altezza, run-up e inondazione

Dire soltanto che uno tsunami è stato alto un certo numero di metri può essere ambiguo. Una misurazione registrata da uno strumento sul mare, la quota massima raggiunta dall’acqua sulla terraferma e la distanza percorsa verso l’interno descrivono aspetti differenti.

La documentazione scientifica NOAA sui dati storici definisce il run-up come la massima quota raggiunta dall’acqua rispetto a un livello marino di riferimento. Non equivale automaticamente all’altezza di una parete d’acqua che avanza sul bagnasciuga. La distanza di inondazione, invece, è una misura orizzontale.

Per leggere correttamente una notizia occorre quindi chiedersi dove è stato rilevato il valore e a quale misura si riferisce. Un massimo locale non descrive tutta la costa. Fondali, insenature e rilievi possono produrre effetti molto diversi anche lungo uno stesso evento: non è corretto estendere un numero eccezionale a ogni spiaggia raggiunta.

Uno tsunami può arrivare anche in Italia?

Sì. Il Mediterraneo ha una storia documentata di maremoti e le coste italiane non sono escluse dal rischio. Questo non significa che tutte le località abbiano la stessa pericolosità, né che sia in corso un evento: una valutazione del rischio descrive la possibilità di fenomeni e conseguenze, non un annuncio di imminente arrivo.

La Protezione Civile ricorda gli eventi che hanno interessato soprattutto Sicilia orientale, Calabria, Puglia ed Eolie, ma anche episodi lungo altre coste. Inoltre, un maremoto che raggiunge l’Italia può essere stato generato in un’altra parte del Mediterraneo.

Il mare relativamente ristretto non è una garanzia di protezione. Al contrario, per le coste vicine alla sorgente può ridurre molto il tempo disponibile. Per una località specifica il riferimento operativo è il piano comunale di protezione civile, con le zone esposte, la segnaletica e le aree da raggiungere: non una graduatoria nazionale letta online.

Il precedente di Messina e Reggio Calabria del 1908

Il terremoto del 28 dicembre 1908 fu seguito da un devastante maremoto nello Stretto di Messina. La ricostruzione dell’INGV sugli tsunami italiani mostra quanto rapidamente le onde abbiano raggiunto le coste siciliane e calabresi dopo la scossa.

Le testimonianze descrivono più onde e conseguenze molto diverse fra le località. Il caso dimostra perché non si possa separare la gestione dell’emergenza sismica da quella costiera: persone già colpite dal terremoto possono trovarsi esposte anche al mare, quando cercano spazi aperti o tentano di soccorrere altri.

I racconti storici vanno letti con attenzione. Non sempre permettono di distinguere con precisione quante vittime siano state causate direttamente dal crollo degli edifici e quante dall’inondazione. Sono però fondamentali per ricostruire le aree raggiunte e migliorare la conoscenza del territorio. Non sono soltanto memoria del passato: contribuiscono agli studi di pericolosità.

Lo tsunami dell’Oceano Indiano del 2004

Il 26 dicembre 2004 un enorme terremoto al largo di Sumatra generò uno tsunami che colpì numerosi Paesi dell’Oceano Indiano. La raccolta degli eventi significativi della NOAA documenta gli effetti in Indonesia, Sri Lanka, India, Thailandia e in altri territori, anche molto lontani dalla sorgente.

È uno degli esempi più chiari della differenza fra il luogo in cui nasce un’onda e l’area che può esserne raggiunta. Una persona sulla costa non deve necessariamente aver sentito il terremoto perché possa esistere un rischio legato allo tsunami.

L’evento ebbe conseguenze umane e materiali enormi e rese evidente la dimensione internazionale del problema. Scambiare dati fra Paesi, riconoscere tempestivamente il fenomeno e far arrivare istruzioni comprensibili alle comunità costiere sono passaggi distinti: un sensore che registra un’onda non mette automaticamente in sicurezza chi si trova sulla spiaggia.

Il Giappone nel 2011 e i limiti della protezione

L’11 marzo 2011 il terremoto al largo del Giappone generò uno tsunami devastante sulla costa del Tōhoku. La ricostruzione NOAA dell’evento descrive anche il ruolo dell’inondazione nell’incidente alla centrale di Fukushima Daiichi e le osservazioni delle onde in numerosi Paesi del Pacifico.

Il caso è importante perché riguardò un Paese con grande esperienza e sistemi di allerta sviluppati. La preparazione riduce le conseguenze, ma non rende impossibile una catastrofe. Le difese costiere, gli edifici, le vie di evacuazione e le informazioni alla popolazione devono essere considerati insieme.

Dopo l’evento, i ricercatori raccolsero molte misure e dati sulle forze dell’acqua e sul comportamento delle costruzioni. Studiare ciò che ha funzionato e ciò che non ha resistito permette di migliorare la prevenzione. Presentare i sistemi di allerta come inutili, oppure come una protezione infallibile, sarebbe in entrambi i casi scorretto.

Come gli strumenti riconoscono il maremoto

Registrare un terremoto è il primo passaggio, ma non basta a dimostrare che sia nato uno tsunami. I dati sismici consentono una valutazione iniziale; le misure del livello marino permettono di verificare se esistono oscillazioni compatibili con il fenomeno e di seguirne l’evoluzione.

Il monitoraggio del livello del mare dell’INGV utilizza osservazioni strumentali, fra cui quelle dei mareografi. Sono strumenti che registrano nel tempo come varia il livello dell’acqua. Il loro valore non sta soltanto nel massimo misurato, ma nella sequenza delle oscillazioni.

La distribuzione degli strumenti conta: se una zona è poco coperta o se la sorgente è molto vicina alla costa, la conferma può arrivare quando per alcuni territori il tempo è già brevissimo. I modelli aiutano a stimare propagazione e arrivi, ma le stime devono essere aggiornate con i dati disponibili. Non sono una fotografia anticipata perfetta di ogni punto della costa.

Come funziona il sistema di allerta italiano SiAM

In Italia il SiAM è il Sistema di Allertamento nazionale per i Maremoti generati da sisma, istituito nel 2017. La direttiva della Presidenza del Consiglio definisce la collaborazione fra INGV, ISPRA e Dipartimento della Protezione Civile per gli eventi sismici nel Mediterraneo.

Il Centro Allerta Tsunami dell’INGV valuta il possibile maremoto sulla base dei dati scientifici. ISPRA contribuisce con la rete e le misure mareografiche. La Protezione Civile diffonde le informazioni nella catena di allertamento, affinché il sistema territoriale possa attivarsi e informare la popolazione.

La precisazione «generati da sisma» è importante: non bisogna supporre che qualsiasi fenomeno capace di spostare acqua venga riconosciuto attraverso lo stesso percorso e con lo stesso anticipo. Anche quando il sistema funziona, la rapidità fisica dell’onda impone limiti. Sapere in anticipo come comportarsi resta quindi una parte della protezione, non un’alternativa alla tecnologia.

Perché un’allerta può essere aggiornata o revocata

Un’allerta iniziale viene emessa con le informazioni disponibili nei primi momenti. Poi arrivano ulteriori dati: l’analisi del terremoto può essere precisata e i mareografi possono confermare le anomalie. Il ciclo dell’allerta descritto dall’INGV comprende messaggi successivi fino alla revoca o alla fine dell’evento.

La revoca di un’allerta non equivale alla conclusione di un maremoto realmente osservato: nel primo caso non vengono rilevate anomalie significative per un tempo adeguato; nel secondo viene seguito il ritorno verso condizioni precedenti. Sono esiti differenti di una valutazione che evolve.

Il passaggio della prima onda non chiude l’emergenza. Le oscillazioni possono proseguire per ore e un’onda successiva può essere maggiore. Un intervallo nel quale l’acqua sembra tranquilla non autorizza quindi a tornare sulla costa: la conclusione va valutata dagli organismi competenti, non dedotta osservando per pochi minuti il mare.

Che cosa fare se sei sulla costa e riconosci un segnale

Se sei vicino al mare e ricevi un’allerta, oppure percepisci un forte terremoto, un ritiro o innalzamento improvviso e insolito dell’acqua, o un rumore cupo crescente proveniente dal mare, allontanati subito verso un’area elevata. Non occorre che tutti i segnali si presentino insieme.

Le indicazioni ufficiali di Io non rischio invitano a seguire rapidamente la via di fuga, avvertire chi è vicino ed evitare l’automobile, che può restare bloccata. Non fermarti sulla spiaggia a osservare il fenomeno e non aspettare una conferma online se hai riconosciuto un segnale naturale.

Una volta raggiunta la zona sicura, resta lì e segui le istruzioni delle autorità. Non tornare a recuperare oggetti dopo la prima onda. Questa scheda è informativa, non un bollettino in tempo reale: durante un’emergenza prevalgono sempre le comunicazioni della Protezione Civile e le indicazioni operative locali.

Esistono anche i meteotsunami?

Sì. La NOAA definisce meteotsunami una serie di onde legate a perturbazioni atmosferiche, in particolare a variazioni della pressione associate a sistemi meteorologici in rapido movimento. La loro origine è diversa da quella di uno tsunami prodotto da un terremoto.

Non è un altro nome per qualsiasi mareggiata. In determinate condizioni la perturbazione atmosferica genera onde lunghe che possono amplificarsi in prossimità di piattaforme poco profonde, baie o insenature. Fenomeni di questo tipo sono stati osservati anche nel Mediterraneo e nell’Adriatico.

Questa distinzione completa la spiegazione, senza cambiarne il punto pratico: dall’aspetto dell’acqua non è sempre possibile identificare la causa. Un rapido cambiamento anomalo del mare non va affrontato come uno spettacolo da avvicinare. Per capire quale fenomeno sia avvenuto servono misure e analisi; per la sicurezza immediata servono preparazione e rispetto delle indicazioni ufficiali.

Verifica le informazioni

Fonti ufficiali e affidabili

01
Domande e risposte sugli tsunami

NOAA / National Weather Service

02
Che cos’è lo tsunami

INGV – Centro Allerta Tsunami

03
La dinamica degli tsunami

INGV – Centro Allerta Tsunami

04
Definizione e propagazione

NOAA

05
Maremoto: cosa sapere

Protezione Civile – Io non rischio

06
Maremoto: cosa fare

Protezione Civile – Io non rischio

07
Preparazione al rischio maremoto

Dipartimento della Protezione Civile

08
Istituzione del SiAM

Dipartimento della Protezione Civile

09
Monitoraggio del livello del mare

INGV – Centro Allerta Tsunami

010
Il ciclo dell’allerta

INGV – Centro Allerta Tsunami

011
Gli tsunami in Italia

INGV – Centro Allerta Tsunami

012
Il maremoto di Stromboli del 2002

Dipartimento della Protezione Civile

013
Eventi storici significativi

NOAA – NCEI

014
Terremoto e tsunami in Giappone nel 2011

NOAA – NCEI

015
Caratteristiche fisiche e misure degli tsunami

NOAA – NCEI

016
Che cos’è un meteotsunami

NOAA